L’aoriginalità ( autenticita) e il rinnovamento nella Chiesa caldea!

L’aoriginalità ( autenticita) e il rinnovamento nella Chiesa caldea!

Patriarca Louis  Raphael Sako

Ho visto alcuni commenti e critiche sulla conservazione dei   nostri riti ( liturgia caldei, pubblicati nei mezzi della comunicazione sociale, ed alcuni di essi inviati direttamente al Patriarcato via e-mail. Ho notato la superfluità e l’emozione in essi, perciò vorrei dire istantaneamente: “Noi siamo una chiesa, e non un museo di un certo patrimonio”. Perciò, vedo in questo una buona opportunità per approfondire l’argomento oggettivamente, lontano dalle critiche superflue summenzionate.

La Chiesa è una istituzione divina ed umana che annuncia la buona novella della salvezza portata da  Cristo a tutta l’umanità ed in ogni tempo e luogo!

Il messaggio della Chiesa è universale, cioè non è per un solo popolo, una sola nazionem un solo paese  o un determinato periodo. La Chiesa sin dal suo inizio è consapevole di questo fatto e ha vissuto sempre secondo esso. La Chiesa è una comunità unita nel suo scopo che è Cristo il Salvatore, ed ha i suoi doni e la sua missione. Noi siamo una  Chiesa che ha la missione di annunciare il Vangelo attraverso l’insegnamento, la presenza e il servizio e la testimonianza . E tale vocazione ci invita a crescere, maturare ed andare avanti nella giusta direzione. Molti a volte si dimenticano che anche una  chiesa locale è allo stesso tempo una chiesa universale, perché è una espressione completa ed autentica della chiesa universale.

É molto spiacente vedere che le nostre Chiese Orientali hanno perso la dimensione missionaria e il senso dell’evangelizzazione a causa della situazione geopolitica, le pressioni e le persecuzioni, e in conseguenza sono diventate chiese etniche- chiuse: Chiesa Caldea, Assira, Armena, Siriaca, Copta e Maronita, ciascuna secondo l’appartenenza geografica e linguistica. Forse in un certo periodo queste chiese sono state in grado, a causa dei riti scritti in una lingua dell’arabo, di mantiene la loro fede. Ma oggi le Chiese Orientali sono presenti in molti paesi che hanno diverse lingue e culture, e pertanto affrontano delle sfide decisive; come possono conservare il loro patrimonio, le tradizioni e la lingua? Oggi viviamo in un’epoca diversa da quella in cui Cristo e la Chiesa sono apparsi, sono passati già due mille anni. Il nostro mondo è diventato come se fosse un “Villaggio Digitale”.

Il modo di pensare è cambiato, l’umore delle persone è cambiata e così la cultura e il linguaggio. E sono apparsi dei problemi e dei valori che non c’erano nel vocabolario religioso classico (tradizionale). Pertanto, è indispensabile una valutazione del nostro patrimonio ecclesiastico per aggiornandolo in modo che si possa affrontare le esigenze e le problematiche della situazione sociale attuale e dare delle risposte alle aspettative dei credenti, e che i nostri riti siano davvero una sorgente che ravvia la fede e la speranza a chi partecipa in essi, e non rimangono una tradizione statica. In realtà, i riti sono nati nel loro contesto sociale, storico e culturale, e non dovrebbero essere isolati da quel contesto nel processo della riforma e aggiornamento, ma piuttosto bisogna prendere la loro spiritualità e i loro significati secondo le esigenze di ogni epoca.

L’originalità, l’attualità e il rinnovamento sono al centro del Vangelo e della missione della Chiesa, perciò la Chiesa deve mantenere coraggiosamente il suo ruolo profetico. Con l’originalità la Chiesa si sviluppa, e con l’apertura e il rinnovamento fa si che questa autenticità non diventi uno strumento di chiusura e intolleranza. Se manteniamo solamente la vecchia tradizione, perdiamo la nostra gente. Di fatti, vediamo alcune chiese tradizionali rimaste quasi deserte dei giovani, e senza la partecipazione dei fedeli nelle preghiere!

Ovviamente la parola originalità deriva dal termine origine. Quello che abbiamo oggi è diverso da quel originale, ad esempio l’Anafora di Addai e Mari del terzo secolo è diversa da quella che usavamo prima dell’ultima riforma, e se celebriamo la seconda o la terza Anafora ci vorrebbero almeno due ore! Di conseguenza, la riforma dei nostri riti è frutto degli studi accademici e delle discussioni pastorali approfondite che hanno mantenuto l’originalità cioè la spiritualità e il significato da un lato, e la fedeltà pastorale verso i credenti contemporanei, dall’altro. Dobbiamo distinguere tra l’essenza e l’accidente, e tra il divino saldo e l’umano variabile.

Vorrei qui ringraziare i Padri Sinodali per il loro faticoso lavoro al riguardo. Ma vorrei anche aggiungere che verrà dopo di noi chi renderà conto che la nostra riforma non è più adatta al suo tempo, e perciò comincerà a lavorare per adeguarla alla sua era. Questo è il mistero dell’Incarnazione, e questa è la missione della Chiesa.

La Chiesa sin dalla sua fondazione è missionaria, e uno dei suoi elementi essenziali è la totalità nel suo essere e nella sua missione. Questa verità dobbiamo rivelarla a tutti.

Il messaggio dovrebbe essere trasmesso in tutte le lingue, i dialetti e i riti, per poter indirizzare ogni essere umano e tutto l’essere umano, e in ogni momento e luogo. Infatti, questo è il messaggio dello Spirito Santo ai discepoli: “Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro” (At 2: 3). Non c’è più una sola lingua sacra per la Chiesa, neppure un solo popolo eletto, ma tutte le lingue sono sacre e tutte le persone sono scelte. La lingua non è solo un mezzo per esprimersi, ma è anche sentimenti, pensieri, cultura e cosi anche la liturgia.

Nella Chiesa d’Oriente Asyria- Caldea  troviamo un’antica letteratura cristiana in arabo. Ad esempio, Timoteo I (780-823) che ha scritto in arabo “Il dialogo con il califfo al-Mahdi”, così anche il suo segretario, Abu al-Faraj Ibn al-Tayyib, nel suo libro “Il Diritto della Cristianità”, Elias di NisibiʿAbdīshōʿ di ṢobaElia Abu Halim, ed altri.

Quindi, dobbiamo oggi preparare i testi della nostra liturgia in arabo, kurdo, inglese, francese, tedesco, svedese, ecc. per la nuova generazione che è nata e cresciuta lì e che non conosce la nostra lingua e cultura? Perché temere allora? Così hanno fatto i Malabaresi in India, traducendo i loro riti che erano nella lingua caldea – siriaca, cioè come la nostra, in lingua malayalam, ed hanno fatto la riforma affinché i riti siano comprensibili ai loro credenti.

La Chiesa, ed ogni chiesa, deve dare delle risposte alle domande poste attualmente, come anche quelle sollevate in futuro. Allora, perché hanno paura dalla modernità quelli che criticano?

 Chiedo loro: perché non indossate oggi l’uniforme che era una volta popolare nei vostri villaggi? E perché non conservate i costumi e le tradizioni dei vostri antenati? Tutto quello lo avete cambiato, perché non è più adatto alla vostra nuova società!

Per quanto riguarda l’unità, ringraziamo Dio perché è incarnata nella nostra Chiesa, nonostante la nostra dispersione in diversi paesi e le dure sfide che affrontiamo. In realtà, quello che decidiamo nel Sinodo si applica in tutte le nostre diocesi. Mentre riguardo l’unità con le altre Chiese, specialmente con la sorella Chiesa Assira, la nostra Chiesa ha preso tante iniziative, ma purtroppo non abbiamo avuto in cambio delle risposte concrete. Senza dubbio la strada verso l’unità è lunga e difficile. Per l’unità necessita una preparazione spirituale, intellettuale e pratica per poter progredire nella comprensione e nell’avvicinarsi l’un l’altro con amore e senza interessi, in modo che possiamo dialogare con coraggio sui temi teologici comuni e diversi. Lo speriamo ancora.

In fine, vorrei ribadire che la “trilogia” dell’originalità, il rinnovamento e l’unità è nel mio essere, nel mio pensiero, e nella mia preghiera.

(Taduzione italiana da Padre Rebwar Basa)

 

 

الخبر نقلا عن موقع البطريركية الكلدانية

 

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